I primi saranno gli ultimi

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io mentre preparo la “location” per intervistare il brigatista della guerra di Spagna Antoine Pinol

In questo blog di solito parlo solo del cinema che guardo, quello fatto da altri e che incontro quando arrivano in sala. Questa volta vorrei fare un’eccezione e parlarvi di un film che non è ancora un film perché è ancora in lavorazione, un film che certamente non andrà nelle sale ma che proverà a cercare una distribuzione indipendente e che ha anche un’altra particolarità, l’ho diretto io e scritto insieme al mio amico Mauro Manna, si chiama I primi saranno gli ultimi. A dir la verità non l’ho solo diretto ma l’ho anche girato materialmente, occupandomi delle riprese, del suono, delle luci. Non è stata una scelta autoriale ma una scelta di necessità perché quella che siamo andati a raccontare era una storia urgente che non dava il tempo di mettere su una vera produzione cinematografica internazionale. Si, perché questa storia è il racconto di un viaggio alla ricerca degli ultimi reduci combattenti volontari repubblicani della Guerra di Spagna. Sparsi nel mondo ne restano una manciata, meno di dieci che si aggirano intorno ai cento anni. Ne abbiamo incontrati 3 in Francia, di cui era nota l’esistenza ma durante le nostre ricerche siamo riusciti ad incontrarne anche un quarto, italiano, l’ultimo combattente italiano ancora in vita, di cui s’era persa traccia quasi del tutto. Il lavoro di produzione è stato complesso ma siamo riusciti a portarlo a termine e lo abbiamo raccontato sul blog I primi saranno gli ultimi, ora siamo entrati nella fase di post-produzione nella quale abbiamo coinvolto altre professionalità e per poter retribuire questo lavoro abbiamo bisogno dell’aiuto di altri che credano in questo progetto. Per questo abbiamo avviato una campagna di crowdfunding sulla piattaforma Produzioni Dal Basso. Se pensate che valga la pena di raccontare questa storia avete l’opportunità di renderla reale.

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La foresta dei sogni di Gus Van Sant

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In Giappone esiste una foresta ai piedi del monte Fuji che si chiama Aokigahara. Se non conoscete questo nome forse è un buon segno, visto che è la meta preferita degli aspiranti suicidi. Da tutto il mondo, infatti, si recano in questa luogo misterioso per porre fine ai propri giorni. E’ un ambiente pervaso da visioni macabre e miti magici. Inoltrandosi nella fitta vegetazione è possibile ritrovare nastri legati agli alberi che disegnano percorsi che gli stessi suicidi hanno lasciato dietro di sé per far ritrovare il proprio corpo. Ma questo non è tutto, le leggende raccontano della presenza di fantasmi, anime di uomini qui trapassati, che vagano senza pace.

E’ questa l’ambientazione che Gus Van Sant ha scelto per il suo ultimo film. Il protagonista è interpretato da Matthew McConaughey che dopo aver esplorato lo spazio profondo di Interstellar (2014) di Christopher Nolan scende negli abissi che si aprono nel confine tra la vita e la morte. E’ uno uomo profondamente segnato dal traumatico rapporto con la moglie (Naomi Watts) che ha perduto la voglia di vivere e si inoltra nel regno oscuro di Aokigahara. Ma qui incontrerà una figura enigmatica (Ken Watanabe), un uomo che pur volendo uccidersi ha ancora la capacità di dire qualcosa sulla vita.

Il regista decide di seguire fino in fondo le suggestioni metafisiche che la foresta di Aokigahara offre, costruendo un racconto che partendo dalle strutture del dramma di natura psicologica e relazionale si muove verso le forme della fiaba magica. Un percorso decisamente arduo in cui Gus Van Sant si confronta con tematiche già presenti nel suo cupissimo e dark L’amore che resta (2011), dove un’adolescente ossessionato dalla morte imparava a vivere proprio attraverso un’esperienza di morte. Ma mentre nel film precedente la cifra favolistica e quella drammatica si fondevano con grande efficacia qui il piano realista e quello magico non trovano un credibile equilibrio. E’ indubbio che le presenze magiche possono svolgere il ruolo di simboli e di metafore di quanto nello smarrimento possa sfuggire all’umana comprensione (ne è un esempio l’angelo Clarence di La vita è meravigliosa (1946) di Frank Capra) ma necessitano di un’iconografia adeguata che alluda e suggestioni senza inficiare il piano di realtà in cui avviene la trasformazione del personaggio. Lo sforzo del cast degli attori non è sufficiente a riportare in equilibrio il rapporto tra essere umano e mondo magico finendo per restituire una sorta di mondo di mezzo. A testimoniare della visione fiabesca del regista anche la scelta di fotografare i suoi personaggi con un cortissima profondità di campo che spesso mette a fuoco solo gli occhi, lasciando fuori dal campo nitido ogni altro dettaglio, quasi a voler cogliere solo lo “specchio dell’anima” e consegnare il personaggio ad una una dimensione prevalentemente fantastica.

Resta intatta la meraviglia per averci fatto conoscere un posto siffatto che illumina un ambito misterioso della mente umana. Quale forza vitale può spingere un uomo a compiere un viaggio tanto lungo per porre fine al viaggio della sua vita? Forse ha senso cercare la risposta in un luogo di confine tra vita e morte come la foresta di Aokigahara.

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Lui è tornato di David Wnendt

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Cosa accadrebbe se Hitler tornasse a camminare per le strade della Germania? Magari non proprio il vero Hitler, diciamo qualcuno che gli rassomigli fisicamente e che dica le stesse cose che cose che diceva lui aggiornate all’attuale situazione politica. Se lo è chiesto nel suo romanzo di fantapolitica lo scrittore tedesco Timur Vermes, riscontrando un grande interesse di pubblico. Ispirandosi a questo libro è nata la sceneggiatura del film Lui è tornato che mescola fiction e documentario per provare a capire quale accoglienza potrebbero avere le idee del vero Hitler nei nostri giorni. L’incipit è surreale, Hitler torna in vita nei pressi del bunker della cancelleria dove il 30 aprile 1945 si suicidò e nelle cui vicinanze il corpo venne dato alle fiamme, per suo espresso ordine, affinché non cadesse nelle mani dei sovietici. Il redivivo Hitler capisce che la televisione e il cinema sono gli strumenti attraverso cui potrà rientrare in connessione con le masse e così accetta di essere ingaggiato come comico pur di poter esprimersi davanti ad una telecamera. E questa è la prima riscoperta del personaggio storico che sa essere duttile nella comunicazione pur di giungere al proprio scopo. Ma rispetto al testo letterario il film si arricchisce orchestrando una pluralità di strumenti narrativi che vanno dal dramma alla commedia passando per il mockumentary, non mancando anche di intrecci e suggestioni, come l’utilizzo di veri conduttori della TV tedesca o come la citazione del discorso dell’Hitler di Bruno Ganz in La Caduta – Gli ultimi giorni di Hitler (2004) di Oliver Hirshbiegel . Ma la parte più sorprendente resta il segmento documentaristico che va a verificare sul campo le reazioni della gente. La produzione del film aveva affiancato all’attore tre guardie del corpo nel timore che qualcuno potesse aggredirlo ma hanno dovuto constatare che molti lo trattavano con simpatica bonarietà credendolo un’innocua caricatura e molti altri ancora sfruttavano quel bizzarro incontro per poter esprimere la propria vicinanza al pensiero del dittatore. Nelle parole di molti tedeschi ricorre con ossessiva frequenza il tema degli immigrati. Sono in molti a dichiarare di sentirsi invasi e ancor di più quelli che affermano di essere diventati totalmente insofferenti all’impossibilità di esprimere il proprio dissenso in merito alle politiche migratorie e di integrazione messe in campo dai governi della SPD e della CDU. L’attore che impersona Hitler si mescola alla gente comune propagandando la propria idea di purezza della razza e sono in molti a non battere ciglio e, anzi, a dare cenni di assenso. I più spiazzati sembrano proprio i sostenitori del partito neonazista NPD che si trovano presi in contropiede nel veder propagandate le proprie idee senza quel velo di prudenza che devono utilizzare per non finire in carcere. In un crescendo di intrecci tra cinema e metacinema, tra virtuale e reale, quello che emerge con grande chiarezza è che la narrazione di un popolo tedesco ingannato da un uomo diabolico e inflessibile è una narrazione tutto sommato tranquillizzante. In realtà tanto nel 1933 tanto oggi esistevano ed esistono delle condizioni economiche e sociali che hanno indotto e potrebbero nuovamente indurre il popolo tedesco (e non solo, forse) a ripercorrere strade abiette. La tesi degli autori del film è che nella coscienza della società o forse dentro quella di ognuno si annidano i potenziali germi che, se opportunamente attivati, in determinate condizioni possono produrre le aberrazioni del nazismo. Ora, senza avventurarsi in analisi psicologiche e antropologiche ardite da dimostrare, resta, invece, credibile che da un punto di vista politico oggi in Germania (e per certi versi in gran parte dell’Europa) ci sono condizioni economiche e sociali che si avvicinano, seppur non ancora in modo drammatico, a quelle che nel 1933 hanno permesso l’avvento del Nazismo, attraverso libere elezioni. La disoccupazione consistente, la concorrenza tra autoctoni ed immigrati per il lavoro ed il welfare (riproposizione dello scontro proposto da Hitler tra ariani ed ebrei), governi piuttosto deboli ed economia stagnante. In questo contesto di crisi una propaganda politica tesa a riversare le responsabilità integralmente sugli stranieri e magari su una specifica compagine religiosa, come l’Islam, potrebbe trovare crescenti consensi. Le leggi tese ad impedire la formazione del partito nazista e l’atteggiamento politically correct non sono un argine sufficiente contro il rischio di politiche demagogiche. Siano esse razziste, religiose o di qualunque altra natura. E l’ultima frase pronunciata dopo i primi titoli di coda dall’Hitler-revenant è inquietante: “la situazione è eccellente”. Per lui, s’intende.

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The idol di Hani Abu-Assad

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Attraverso i suoi precedenti lavori Hani Abu-Assad si è impegnato nel definire una posizione di resistenza all’occupazione israeliana che non cada preda dell’autodistruzione. Se in Rana’s wedding (2002) si denunciava il conservatorismo della società palestinese mantenendo uno sguardo ottimistico sui giovani, la speranza sembrava attenuarsi in Paradise now (2005), dove si scagliava con forza contro gli ingannevoli modelli di liberazione proposti dalle gerarchie religiose e con Omar (2013) in cui si denunciava lo sfinimento umano e morale che la condizione di occupazione induceva sui palestinesi, The idol (2015) sembra voler riannodare i fili della speranza spezzati dopo Rana’s wedding. Sia attraverso il registro narrativo che arricchisce l’impianto drammatico con venature delicatamente brillanti sia attraverso lo sguardo che, pur senza perdere di vista la denuncia delle condizioni del popolo palestinese, passa da una dimensione puramente difensiva e muscolare nei confronti del nemico ad una più centrata su se stessi e di apertura verso il mondo esterno che non coincide più con il solo Israele.

Si racconta la vera storia di Mohammed Assaf, un ragazzo della striscia di Gaza che è riuscito rocambolescamente ad uscire dalla prigione a cielo aperto che è la sua terra, per partecipare ad un talent musicale molto noto nei paesi arabi, Arab idol. La sua impresa è addirittura coronata dal successo finendo per diventare un simbolo per tutta la sua gente.

Noi seguiamo la storia di Mohammed sin dalla sua infanzia che sebbene vissuta in una nazione perennemente in stato di guerra dove tutti beni scarseggiano, riesce a svolgersi con l’entusiasmo e la speranza che caratterizza i giochi di tutti i bambini. Il trascorrere degli anni porterà sofferenze e delusioni per il giovane protagonista e distruzione per la sua città che offrirà sfondi sempre più diroccati.

La notorietà che il programma televisivo offrirà al giovane cantante palestinese farà di lui un simbolo per i suoi concittadini che lo festeggeranno come un eroe nazionale.

Abu-Assad non si limita a raccontare la storia di questo ragazzo e a evidenziare il significato sociale della sua popolarità ma ne intravede anche un valore generazionale. Non sfugge, infatti, al regista che questo evento segna anche una trasformazione dei giovani palestinesi, di cui viene raccontata la normalità dei sogni che tendono a diventare sempre più simili a quelli occidentali, contemplando valori come successo e fama che prendono il posto della gloria e del rispetto che si tributa ai martiri e ai combattenti.

Il regista ha individuato in questo evento collettivo un punto di svolta negli atteggiamenti dei palestinesi che, per un verso, mette in crisi le ideologie religiose che hanno sovrastrutturato la lotta per la libertà dall’altro evidenzia il rischio di un’omologazione culturale che potrebbe diluire la lotta per l’indipendenza. Si coglie questa dicotomia nella personalità del protagonista che, una volta divenuto famoso, si rende conto di essere inadeguato a rappresentare le grandi aspettative che la sua gente ripone in lui. Ma le speranze e la fiducia di Abu-Assad nelle risorse del suo popolo restano al di sopra dei timori. Evidentemente ne vuole cogliere il valore unificante che tale vittoria ha assunto per la gente di Gaza.

The idol è un film totalmente palestinese, girato interamente a Gaza con troupe e maestranze del luogo. Un film lieve e commovente che prova a raccontare nuove forme di resistenza e di identità. Certamente negli entusiasmi che la vittoria di questo giovane cantante palestinese ha suscitato non ci sono le soluzioni al dramma palestinese ma si coglie l’orgoglio di un popolo che si sente un vero popolo anche se la sua terra non è riconosciuta come un vero stato.

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La canzone perduta di Erol Mintas

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Alì, un giovane insegnante curdo, e la sua anziana madre, Nigar, sono costretti ad abbandonare il loro villaggio e ad andare ad abitare ad Istanbul. Alì ha ben vivo il ricordo di lui bambino, di quando il suo insegnante fu prelevato dalle unità speciali turche e non fece più ritorno e forse proprio per questo continua ad insegnare ad i suoi allievi una vecchia favola che ha imparato da lui. Quando incontriamo Alì e Nigar, li troviamo alle prese con un nuovo trasloco da una periferia ad un’altra ma questo ennesimo cambiamento stravolge la vita di sua madre che comincia a perdere lucidità. E’ convinta che debba ritornare al suo antico villaggio a cui stanno tornando tutte le persone che sta perdendo di vista e ogni giorno si prepara a fare il viaggio di ritorno e chiede a suo figlio di ritrovarle il nastro di una vecchia canzone curda che nessuno ricorda più.

Madre e figlio sono il simbolo di due generazioni di curdi che sembrano aver intrapreso strade diverse. La prima, estirpata dai suoi territori, appare come un’ombra dolente alla ricerca di un passato talmente frantumato da sconfinare nel regno dei deliri. Suo figlio, invece, può farcela ad integrarsi nella cultura dominante turca, si muove tra le due lingue, viaggia con agilità tra le periferie della metropoli in sella al suo scalcinato motorino. La mdp a spalla rende queste differenze ritraendo la madre tra le angustie di spazi chiusi e il figlio negli ampi spazi urbani. Ma quando la sua compagna gli dice di aspettare un figlio si accorge di non essere pronto, il suo passato è un filo spezzato che gli chiede di essere riannodato per poter guardare avanti. E si riscopre simile a sua madre molto più di quanto non credesse.

La canzone perduta è un film utile, forse addirittura necessario. Il suo stile è essenziale, minimale, le sue inquadrature sono basilari, quasi a rifuggire la bellezza dei luoghi e delle cose, come un lusso che non è dato a chi vive come ospite in spazi che non gli appartengono. I dialoghi sono asciutti e a stento riescono a riconnettere immagini che rischiano di scivolare via senza essere comprese. S’avverte quasi il timore di abusare del mezzo cinematografico che si vuole porre per intero al servizio della causa, a tratti la ritrosia della recitazione diventa quasi legnosa ma poi il flusso del racconto riprende, su un campo lunghissimo che da solo racconta della solitudine di un popolo, sul dettaglio del volto di un maestro che parla della sofferenza di un uomo che forse non può raccontarsi con le parole di un discorso ma solo con i versi allegri di una fiaba per bambini. E sono proprio loro a chiudere il film mentre sciamano fuori da una scuola verso una campagna brulla e triste. Ma loro sembrano felici. Forse è solo un ricordo, magari anche un sogno, deve essere quella cosa che loro chiamano Kurdistan.

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