Gimme Danger di Jim Jarmush

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Questa storia inizia la notte di Halloween del 1967, negli Stati Uniti. Siamo alla festa dell’università del Michigan, nel pieno della contestazione giovanile. Mancano pochi mesi al rivoluzionario maggio francese del 1968 ma qui sono già iniziati i sommovimenti universitari che anticipavano la grande contestazione. Questi giovani sono l’avanguardia dell’avanguardia eppure quello che stanno per sentire e per vedere sconvolgerà anche loro. Sul palco della loro festa sale una band di giovani sconclusionati capeggiati da un front man sconvolgente. Il gruppo, denotando una buona dose di consapevolezza e di ironia, si è dato il nome di The Stooges, “I fantocci”, il solista si chiama James Newell Osterberg, detto anche “l’Iguana” meglio noto in seguito come “Iggy Pop”.
I loro altoparlanti pompano la musica al massimo del volume, le pareti dell’università tremano ma quello che sconvolgerà più di tutto sarà il loro riff sincopato e i testi frammentati o forse no, la cosa più incredibile saranno le performance di Iggy. Entra in scena a torso nudo, mette in mostra la sua estrema magrezza, sul palco salta e si dimena con un indemoniato che cerca il contatto con il pubblico fino all’estremo, inventando lo stage diving, il tuffo in mezzo al pubblico. Non sempre gli andrà bene, soprattutto all’inizio, e una volta ci rimetterà anche un incisivo.
Gli inizi non sono semplici, la loro musica fatica a farsi strada ma si capisce che hanno sfondato il diaframma musicale che separava le dolci melodie degli ottimistici anni 60, quelli dei boom economici, dai suoni crudi e dissacranti che aprivano alla consapevolezza delle crisi degli anni 70.
E così, di provocazione in provocazione, Iggy viene chiamato a collaborare e contaminare i mostri sacri della musica, soprattutto quella della scena british, a cominciare da Lui, Il Duca Bianco, David Bowie.
A raccontare questa storia è Jim Jarmush che dimostra di sapere controllare i tempi e i ritmi del racconto non solo nella dilatazione ma anche nella contrazione degli spazi e dei tempi. Pur avendo tra le mani solo delle semplicissime interviste ai componenti degli Stooges e ad Iggy, riesce a trascinare e coinvolgere dentro questa avventura che dura solo 7 anni per poi riprendere nel 2003, anno della reunion del gruppo. Per farlo usa in modo spregiudicato ed ironico la musica, il materiale di repertorio e persino delle buffe animazioni.
Quello che ne emerge non è solo il racconto di una band che ha trasformato il panorama musicale e culturale. Si coglie chiaramente la trasformazione prodotta da Iggy Pop rispetto al ruolo dell’artista che mette in gioco la propria vita e il proprio corpo per farne parte integrante dello spettacolo. Ma c’è dell’altro. A guardare il corpo senile ma ancora agilissimo di Iggy, ad ascoltare le parole lucide sebbene rallentate, forse dagli abusi tossici giovanili, del batterista Scott Asheton, a scoprire la storia del chitarrisata e ingegnere James Williamson che torna a fare musica dopo una vita da manager informatico della Sony, si ha la sensazione di entrare in contatto con un’avanguardia che racconta la trasformazione di tutte le ultime generazioni. La contestazione politica e generazionale, forse ingenua ma densa di energie, la sperimentazione dei limiti del proprio corpo, la relazione tra potere mainstream e contropotere. Sono contraddizioni che una band che suona il rock ‘n’ roll non può certo risolvere ma che può raccontare, soprattutto se si tratta forse della prima ad averle sollevate e vissute sulla propria pelle.
E’ un racconto politico, sociologico, antropologico e musicale. Denso, divertente, sorprendente e interessante. Da non perdere, al cinema solo il 21 e il 22 febbraio.

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Un anno di cinema: 2016

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  1. Un padre, una figlia di Cristian Mungiu
  2. Suffragette di Sarah Gavron
  3. E’ solo la fine del mondo di Xavier Dolan
  4. La pazza gioia di Paolo Virzì
  5. Fiore di Claudio Giovannesi
  6. The danish girl di Tom Hooper
  7. La ragazza senza nome di Luc Dardenne, Jean-Pierre Dardenne
  8. Io, Daniel Blake di Ken Loach
  9. Sully di Clint Eastwood
  10. The Idol di Hany Abu-Assad

 

 

 

 

 

Gabo – Il mondo di Garcia Marquez di Justin Webster

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Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendia si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio”: l’immaginifico incipit di Cent’anni di solitudine (1968), 190 caratteri, 31 parole, 2 righe che incredibilmente contengono tutta la poetica di Gabriel Garcia Marquez, scrittore colombiano considerato uno dei maggiori scrittori della letteratura spagnola e mondiale, iniziatore del realismo magico in letteratura e grande cantore del subcontinente latino americano. Di Gabo, come affettuosamente lo chiamavano gli amici, si conoscono le opere che lo portarono al premio Nobel nel 1982, si conosce l’amicizia con il lider maximo Fidel Castro, il rapporto con il presidente statunitense Bill Clinton, il suo impegno politico e civile ma tutto questo non è abbastanza per entrare nel fantastico mondo di questo intellettuale che si mosse tra giornalismo, letteratura e cinema. Attraverso le testimonianze dirette di chi lo conobbe, questo documentario prova a ricostruire il percorso biografico del celebre scrittore. Lo seguiamo sin dalla nascita, primogenito di sedici figli, i suoi rapporti difficili con l’autorità del padre, il senso di abbandono, fino a trovarlo studente di giurisprudenza a Bogotà dove conduce una vita da dissoluto bohémien. Già in questa fase mette in luce le sue doti di scrittore ma chi gli era vicino non avrebbe scommesso un lira su un simile sbandato. Invece, abbandonati gli studi di giurisprudenza e scienze politiche, riesce ad inserirsi brillantemente nella carriera giornalistica come corrispondente del giornale El Espectador. Con questo lavoro riesce a girare il mondo e a diventare un famoso cronista che partendo dalla critica cinematografica diventa un commentatore amatissimo dal suo pubblico. Si trova a Cuba quando i barbudos entrano a L’Avana e, pur conservando proprie critiche al regime castrista, resterà per sempre amico della rivoluzione cubana. Questo non gli impedisce di costruire un personale dialogo con Bill Clinton che lo considera il suo scrittore preferito. Marquez utilizzerà questa sua posizione di rilievo per intercedere nella soluzione di diversi casi giudiziari e diplomatici. Ma il documentario non si limita a raccogliere le testimonianze degli amici e recupera anche vecchie interviste dello scrittore che rivela pezzi della sua vita come la scelta azzardata e ostinata di scrivere anche contro il parere dei primi critici, anche quando questo esponeva lui e la sua famiglia al rischio della povertà. Riusciamo a capire come la scrittura sia stata per lui una necessità ineluttabile che gli permette di affermarsi come uomo prima ancora che come intellettuale. Veniamo a conoscenza di dettagli che ritroviamo nelle sue opere, le donne che ha amato, l’affabulazione di sua nonna a cui lui attribuiva un’influenza sulla sua vena surreale, le storie della sua famiglia che sono diventati libri come la storia d’amore tra i propri genitori che finisce dentro l’Amore ai tempi del colera (1986) o la vicenda di suo nonno che non si vide mai riconoscere la pensione per la sua partecipazione alla guerra civile e diventa materia per quello che lui considera il suo capolavoro assoluto: Nessuno scrive al colonnello (1958), scritto mentre viveva senza soldi in una mansarda di Parigi.

Questo è un film sobrio e semplice che non ambisce a incantare vaste platee ma contiene diverse perle di conoscenza che non mancheranno di entusiasmare chi sente la passione della scrittura, chi ama i libri di Gabo e chi ha apprezzato o vuole meglio conoscere questo protagonista del XX secolo. Come quella che ci regala lo stesso scrittore al termine di questo viaggio, parlando della sua avversione contro la morte e della sua lotta per allontanarla, alla domanda del giornalista che gli chiede cosa si possa fare per sconfiggerla, Marquez risponde: “scrivere, scrivere molto”. Solo tre parole, che valgono come un intero testamento.

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I primi saranno gli ultimi

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io mentre preparo la “location” per intervistare il brigatista della guerra di Spagna Antoine Pinol

In questo blog di solito parlo solo del cinema che guardo, quello fatto da altri e che incontro quando arrivano in sala. Questa volta vorrei fare un’eccezione e parlarvi di un film che non è ancora un film perché è ancora in lavorazione, un film che certamente non andrà nelle sale ma che proverà a cercare una distribuzione indipendente e che ha anche un’altra particolarità, l’ho diretto io e scritto insieme al mio amico Mauro Manna, si chiama I primi saranno gli ultimi. A dir la verità non l’ho solo diretto ma l’ho anche girato materialmente, occupandomi delle riprese, del suono, delle luci. Non è stata una scelta autoriale ma una scelta di necessità perché quella che siamo andati a raccontare era una storia urgente che non dava il tempo di mettere su una vera produzione cinematografica internazionale. Si, perché questa storia è il racconto di un viaggio alla ricerca degli ultimi reduci combattenti volontari repubblicani della Guerra di Spagna. Sparsi nel mondo ne restano una manciata, meno di dieci che si aggirano intorno ai cento anni. Ne abbiamo incontrati 3 in Francia, di cui era nota l’esistenza ma durante le nostre ricerche siamo riusciti ad incontrarne anche un quarto, italiano, l’ultimo combattente italiano ancora in vita, di cui s’era persa traccia quasi del tutto. Il lavoro di produzione è stato complesso ma siamo riusciti a portarlo a termine e lo abbiamo raccontato sul blog I primi saranno gli ultimi, ora siamo entrati nella fase di post-produzione nella quale abbiamo coinvolto altre professionalità e per poter retribuire questo lavoro abbiamo bisogno dell’aiuto di altri che credano in questo progetto. Per questo abbiamo avviato una campagna di crowdfunding sulla piattaforma Produzioni Dal Basso. Se pensate che valga la pena di raccontare questa storia avete l’opportunità di renderla reale.

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La foresta dei sogni di Gus Van Sant

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In Giappone esiste una foresta ai piedi del monte Fuji che si chiama Aokigahara. Se non conoscete questo nome forse è un buon segno, visto che è la meta preferita degli aspiranti suicidi. Da tutto il mondo, infatti, si recano in questa luogo misterioso per porre fine ai propri giorni. E’ un ambiente pervaso da visioni macabre e miti magici. Inoltrandosi nella fitta vegetazione è possibile ritrovare nastri legati agli alberi che disegnano percorsi che gli stessi suicidi hanno lasciato dietro di sé per far ritrovare il proprio corpo. Ma questo non è tutto, le leggende raccontano della presenza di fantasmi, anime di uomini qui trapassati, che vagano senza pace.

E’ questa l’ambientazione che Gus Van Sant ha scelto per il suo ultimo film. Il protagonista è interpretato da Matthew McConaughey che dopo aver esplorato lo spazio profondo di Interstellar (2014) di Christopher Nolan scende negli abissi che si aprono nel confine tra la vita e la morte. E’ uno uomo profondamente segnato dal traumatico rapporto con la moglie (Naomi Watts) che ha perduto la voglia di vivere e si inoltra nel regno oscuro di Aokigahara. Ma qui incontrerà una figura enigmatica (Ken Watanabe), un uomo che pur volendo uccidersi ha ancora la capacità di dire qualcosa sulla vita.

Il regista decide di seguire fino in fondo le suggestioni metafisiche che la foresta di Aokigahara offre, costruendo un racconto che partendo dalle strutture del dramma di natura psicologica e relazionale si muove verso le forme della fiaba magica. Un percorso decisamente arduo in cui Gus Van Sant si confronta con tematiche già presenti nel suo cupissimo e dark L’amore che resta (2011), dove un’adolescente ossessionato dalla morte imparava a vivere proprio attraverso un’esperienza di morte. Ma mentre nel film precedente la cifra favolistica e quella drammatica si fondevano con grande efficacia qui il piano realista e quello magico non trovano un credibile equilibrio. E’ indubbio che le presenze magiche possono svolgere il ruolo di simboli e di metafore di quanto nello smarrimento possa sfuggire all’umana comprensione (ne è un esempio l’angelo Clarence di La vita è meravigliosa (1946) di Frank Capra) ma necessitano di un’iconografia adeguata che alluda e suggestioni senza inficiare il piano di realtà in cui avviene la trasformazione del personaggio. Lo sforzo del cast degli attori non è sufficiente a riportare in equilibrio il rapporto tra essere umano e mondo magico finendo per restituire una sorta di mondo di mezzo. A testimoniare della visione fiabesca del regista anche la scelta di fotografare i suoi personaggi con un cortissima profondità di campo che spesso mette a fuoco solo gli occhi, lasciando fuori dal campo nitido ogni altro dettaglio, quasi a voler cogliere solo lo “specchio dell’anima” e consegnare il personaggio ad una una dimensione prevalentemente fantastica.

Resta intatta la meraviglia per averci fatto conoscere un posto siffatto che illumina un ambito misterioso della mente umana. Quale forza vitale può spingere un uomo a compiere un viaggio tanto lungo per porre fine al viaggio della sua vita? Forse ha senso cercare la risposta in un luogo di confine tra vita e morte come la foresta di Aokigahara.

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